BI-BI-DI-BO-DI-BI-BU! La magia è fatta!

 

A Carpi la magia è avvenuta: ho stabilito il mio nuovo record  in maratona e ho finalmente abbattuto il muro delle 4 ore.

Se fossi una “maghetta” vi racconterei che nel pentolone magico bollivano da tempo tanta determinazione, l’impegno costante negli allenamenti, l’aggiunta di qualche uscita con la bici da corsa (tutto fa brodo), due miglioramenti cronometrici sulla distanza dei 21 km, un sogno premonitore in cui correvo con Silvia Sommaggio (e riuscivo pure a starle dietro!), la fiducia di mio marito che sentiva che avrei combinato qualcosa di buono, e tanta, tanta agitazione.

Domenica mattina mi sveglio presto, mi preparo e controllo che nella borsa ci sia tutto compreso la pozione magica che mi sarebbe servita durante la gara e che io, scherzosamente, chiamo “la merenda”.

I numeri magici (il pettorale) sono già spillati sulla corta tunica (la canotta) e il gioiello (il chip) impreziosisce la mia calzatura.

Pare ci sia proprio tutto e, con la mia carrozza trainata da mille timori e speranze nell’oscurità della notte che sta volgendo al termine, raggiungo la piazza di Carpi, punto di partenza per i bus navetta che ci porteranno a Maranello. Guardo questa splendida piazza dove tutto è pronto per accogliere i nostri arrivi.

Ricordo ancora quando noi ragazze ci trovavamo qui allo scoccar della mezzanotte, avvolte nei nostri mantelli blu e guidate dalla luce emanata dalla luna piena andavamo pei campi, danzavamo e cantavamo sotto lo sguardo divertito di gufi e civette. Le stelle ci sorridevano e la terra  diventava soffice ai nostri piedi. Il vento ci scompigliava dolcemente i capelli, gli elfi sbucavano dai cespugli con i loro divertenti scherzetti. Ma, come dice spesso lo speaker Brighenti, “questa è un’altra storia” di altri tempi, di un’altra vita.

Sul bus accanto a me si siede il mitico plurimaratoneta Togni, scambiamo qualche parola e intendo che oggi non correrà a causa di problemi fisici, ma è ugualmente sul bus per gustarsi quelle sensazioni particolari che si provano alla partenza di una maratona.

Sono tesa, il ginocchio mi preoccupa, ho bisogno di isolarmi e di raccogliere le idee e le forze, quindi metto gli auricolari e ascolto un po’ di musica. Il giorno sta schiarendo, il sole apparirà e d’incanto sto bene, una piacevole calma mi pervade, sono già mentalmente proiettata sui 42 km e in quel momento sento che sarà una bella giornata.

Incontro tanti amici e con loro scambio gli auguri (quanti lupi sono crepati…). Tutti sono già pronti al via anche se mancano ancora diversi minuti mentre io sgambetto avanti e indietro, non riesco a stare ferma, provo un allungo e il ginocchio sta zitto. Molto bene.

Si parte!

Amo correre da sola, nell’assoluto silenzio senza proferir parola con nessuno e così sarà sino all’arrivo. Ma in verità non mi sento sola, sono circondata da benevoli folletti, immancabili presenze anche in allenamento, che mi tengono compagnia ricordandomi tante cose belle, tante belle persone e intonando canzoni che scandiscono i miei passi.

Mi impongo un ritmo forse un po’ troppo brillante per le mie possibilità e il passaggio a metà gara me lo conferma. Però sto bene e ne approfitto consapevole che i prossimi chilometri mi riserveranno un calo naturale e prevedibile.

Al 30° km raggiungo Andrea “Fanfo” che va di passo e la cosa mi stupisce non poco, più avanti c’è il suo amico Gianni Carboni anche lui un po’ in crisi. Mi dispiace per Andrea, so che puntava a stare sotto le 4 ore.

La mia corsa procede, inizio ad essere un po’ stanca ma il ritmo si è stabilizzato ed è regolare, provo ad aumentare ma il ginocchio mi dice che è meglio non approfittarne troppo. Il saggio folletto  mi sussurra “chi troppo vuole nulla stringe, accontentati!”. Ho imparato da tempo ad ascoltarlo e seguo il consiglio.

Nella parte finale di questa maratona i ristori e gli spugnaggi sono curati da amici podisti modenesi che incontro spesso nelle camminate. Mi incitano con fervore e affetto. Li ringrazio per la carica che mi hanno trasmesso.

Sono al 40° km, guardo il mio cronometro e in quel momento realizzo che avrei migliorato il mio personale e sarei arrivata sotto le 4 ore. L’emozione mi fa volare, ormai manca poco. Mio marito è lì ad attendermi al 42° km, gli faccio cenno che è tutto OK.

Dopo la curva là in fondo al rettilineo c’è l’arrivo. Sento tante persone che mi acclamano, mi incitano, mi applaudono. Quanto bel baccano! Non me lo merito, sono semplicemente la solita dani che ne sta combinando una delle sue.

Sono ormai prossima al traguardo e riesco a leggere il display del cronometro… 3:55. Il mio chip suona, è finita. Oltre il traguardo mi giro e contemplo nuovamente il display che è ancora sulle 3 ore e 55 min.

Mi sta venendo un magone della madonna! Soffoco un singhiozzo, non ho lacrime. Ma che succede… piango a secco???

Ricevo la medaglia, ritiro il pacco gara e mi dirigo a recuperare la mia borsa, quella borsa che questa mattina presto avevo controllato tanto scrupolosamente.

Oggi ho stabilito il mio personale e, mattone dopo mattone, ho demolito il muro delle 4 ore.

Questa mattina, però, non mi ero accorta che nella borsa c’era un regalo per me da parte dei miei amici folletti, un piccolo piccone… la mia bacchetta magica!