Il muro dei maratoneti? Questa volta non l'ho visto, forse perchè ero troppo impegnato ad ammirare strutture architettoniche, scultoree ed artistiche che tutto il mondo ci invidia.

Giungo nel capoluogo toscano giovedi sera, perché la gentile consorte ha già organizzato tutta l’immancabile serie di visite culturali che ci terranno impegnati (per due giorni) giusto quelle 8-10 ore giornaliere tutte in piedi, tanto per scaldare i muscoli, come dice lei. Visto che chi mi conosce sa che i miei allenamenti ormai si riducono a un paio di uscite alla settimana per non più di 40-50 minuti, qui l’overtraining è assicurato.

Venerdi mattina le condizioni meteorologiche sono pessime: già dal primissimo mattino aria gelida e neve, che in seguito si trasformerà in pioggia a tratti torrenziale e che continuerà ininterrotta per due giorni.

Il livello dell’Arno cresce a dismisura, in alcune località a nord di Firenze è già esondato, ma qui in città non dovrebbero esserci problemi: è comunque uno spettacolo a suo modo affascinante.

Domenica mattina primo incontro coi podnettari presenti nello stesso hotel - in posizione strategica, a trecento metri dall’arrivo e con disponibilità di camera fino alle 17 (tra l’altro era l'albergo quartier generale della troupe dei giornalisti RAI).

Quando arrivo io per la colazione Vito, Teresa, Stefano, Luca e Sabrina avevano già terminato (ma come sono mattinieri, questi podisti con velleità cronometriche?), quindi ci diamo appuntamento sulla linea di partenza, ovviamente nelle retrovie - che in questa occasione erano praticamente le ultimissime file.

Per nostra fortuna oggi non piove, anzi, dai nuvoloni si aprono squarci di sereno che lasciano presagire almeno qualche ora di pausa dal maltempo: quanto durerà la tregua? Ormai sono esperto riguardo i favoritismi climatici riservati ai top runner, sicuramente per noi tapascioni da oltre 4 ore la punizione giungerà inesorabile.

In piazzale Michelangelo incontro anche Domenico Cervone, che ho il piacere di incontrare per la prima volta e con cui  mi soffermo a scambiare qualche battuta, poi lui si dedica al riscaldamento e allo stretching, pratiche preparatorie importanti ma dal sottoscritto perennemente evitate (tutta fatica aggiuntiva).

Si ricompatta allora il gruppetto dell’albergo, a cui si aggiunge l’iperadrenalico Carlos Andiazabal, la cui velocità di eloquio è inversamente proporzionale alla velocità di corsa; l’arte della logorrea, in lui, raggiunge sfumature mistiche ed afflati trascendenti: in principio era il Verbo, e nei dintorni c’era già Carlos che prendeva lezione, troppo simpatico

Puntualissimi si parte, con la solita promessa di rimanere assieme più possibile, promessa già tradita - come al solito - dopo poche centinaia di metri.

Io mi attacco ai pacer delle 4h30’, che vanno troppo forte per il tempo loro assegnato: sarà anche per la discesa dei primi chilometri che invoglia ad andare, ma, con un ritmo di 5’30”, altro che in 4h30’ tagli il traguardo…

Poi loro giustamente rallentano e io mi collego a quelli delle 4h15’ fin circa alla mezza, tagliata in 2h04’.

Fin qui tutto regolare, il clima è addirittura quasi tiepido e un pallido sole risulta gradito anche al sottoscritto, che di solito durante le corse lo evita come la peste.

Nulla da obiettare ai tavoli dei rifornimenti, fornitissimi di tutto, anche con la possibilità di predisporre il ristoro personalizzato per chiunque, non solo per i top.

Il pubblico è numeroso e ben disposto verso i concorrenti, anche se il tifo più rumoroso proviene dai supporter dei concorrenti stranieri, qui presenti in altissima percentuale.

Poco dopo il km 22 mi supera Vito, dicendomi delle difficoltà di Teresa che ha rallentato vistosamente... sarei tentato di seguirlo, ma non me la sento di aumentare col rischio di andare fuori giri.

Tengo un ritmo costante fino al km 30, quando inizio ad accusare i primi sintomi di cedimento: non è che avrò fatto troppo il bullo, nel salire di corsa il giorno precedente i 463 gradini che conducono sulla cupola del Duomo, e poi, non ancora soddisfatto della bravata, gli altri 414 per salire sull’adiacente campanile giottesco?

Vorrà dire che è arrivato il momento di iniziare a svuotare le voluminose tasche dei pantaloncini di quel chilo, chilo e mezzo di intrugli repellenti chiamati aminoacidi, maltodestrine, integratori e schifezze varie, di cui faccio esagerata incetta prima di partire.

Fino al km 34 continuo a rallentare, anche perchè il passaggio nel parco è abbastanza noioso.

L’unica cosa che mi consola è vedere molti podisti che vanno al passo: il fatto di riuscirne a superare parecchi mi inietta un briciolo di fiducia.

Nel frattempo il cielo si è nuovamente oscurato con nuvoloni neri e gonfi di pioggia: il contratto di Giove Pluvio con gli sponsor è scaduto, mi preparo al peggio

Poco prima del km 35 inizia un lungo tratto rettilineo di quasi 5 km sul lungarno, dal fiume limaccioso e con le acque che trascinano detriti di ogni tipo, compresi alberi interi sradicati a monte; si alzano folate di vento gelido che preludono all’arrivo di una pioggia mista a nevischio tagliente: come previsto la punizione del tapascione è servita, con spietata e puntuale crudeltà.

In pochi minuti sono fradicio e tremante dal freddo (che per me non è cosi frequente), se dovessi avere i crampi sarebbe la fine.

Per mia fortuna non è cosi, d’altra parte tutta quella zavorra che mi sono portato appresso e che ho trangugiato nei chilometri precedenti dovrà pur fare il suo sporco lavoro!

La pioggia cade sempre più fitta, il gelo aumenta, ma ormai il traguardo si avvicina: riesco anche ad incrementare leggermente il ritmo, anche se lo sforzo mi sembra provochi dei mutamenti nella mia struttura corporea: è come se mi stessi trasformando in una sorta di brutta copia inversa dei Prigioni michelangioleschi ammirati all’Accademia: laddove il sommo scultore evidenziava come dalla materia bruta ed amorfa possono emergere sublimi figure artistiche già insite nella materia stessa - e che attendono solo di essere svelate - io, che non sono ancora giunto ne giungerò mi ad incarnare un canone di bellezza artistica, in compenso mi sto già dissolvendo e liquefacendo in una poltiglia sempre meno antropomorfa e sempre più simile a un brodo primordiale previtalistico.

Prima di fare quella brutta fine, penso comunque di avere ancora qualche minuto a disposizione, quindi voglio godermi fino in fondo lo spettacolo: Piazza della Signoria, Palazzo Vecchio, gli Uffizi e infine la tanto agognata facciata neogotica della Basilica di Santa Croce, che custodisce le tombe di illustri personalità storiche del calibro Machiavelli, Michelangelo, Rossini, Alfieri, Foscolo. Se stramazzerò al traguardo, sarò almeno sepolto in buona compagnia.

Gli ultimi cento metri, scorgo sulla destra l’imponente statua di Dante che mi osserva con sguardo austero: scusa, Sommo Poeta, non te la prendere, ma se in questo momento devo pensare a qualcosa di Divino non è certo la tua Commedia che mi viene in mente, ma gli occhi cerulei di Valentina, che aveva mandato un messaggio di incoraggiamento a noi podnettari impegnati a Firenze. Grazie Valentina.

Vedo il timer sotto lo striscione d’arrivo, con un piccolo scatto finale posso stare sotto le 4h30’ di tempo ufficiale: incredibile, riesco a sprintare e chiudo in 4h29’57”.

Riesco anche a realizzare, con un real time di 4h25’53”, il mio (seppur raccapricciante, visto in termini assoluti) Personal Best sulla maratona.

Con un risultato simile potrà sembrare grottesco che io sia soddisfatto, ma noi tapascioni ci accontentiamo di poco.

E poi, la maggiore soddisfazione è stata incontrare la mia dolce metà che mi aspettava al traguardo, tutta soddisfatta sia per i bei giorni trascorsi che per vedermi arrivare in condizioni tutto sommato accettabili: “Visto che tutte le visite ai musei che abbiamo fatto non ti hanno stancato più di tanto? La prossima volta ne faremo ancora di più, sei d’accordo?”

Ricomincio a tremare come una foglia, la pioggia è proprio gelida...o no???