Quest’anno sono arrivato a Roma già il giovedì sera per poter avere ben due giorni interi di preparazione atletica in vista della maratona di domenica. Ripetute? Fartlek? Progressivi? Niente di tutto questo ovviamente, bensì 8 ore per poter seguire la minuziosa tabella di allenamento a base di visite a musei, chiese e mostre elaborata dalla mia dolce metà. Alle ore 9 del venerdì uscita dall’albergo in tenuta d’assalto simil-nipponica per visitare e fotografare, nell’ordine: quattro chiese nel perimetro tra Santa Maria Maggiore e Piazza del Popolo, Galleria Doria Phamphilj, mostra di Munch, mostra “Capolavori del Guggenheim” e Città del Vaticano: tempo limite 12 ore, percorso completato senza alcun ausilio di mezzi meccanici di trasporto in 11 ore e 20 minuti esatti… però, mica male come prima giornata…
Sabato mattina veloce ritiro del pettorale al Palaparioli e poi di corsa a visitare
la Galleria Borghese , a seguire un percorso libero di visite ad oltranza, cioè fino a sfinimento completo…
A proposito degli spazi espositivi del Palaparioli, devo dire che mi aspettavo qualcosa di più ampio, anche perché
imporre ai visitatori di compiere un percorso obbligato per andare a ritirare il pettorale al termine del percorso stesso, e poi costringerli a compiere ancora a ritroso lo stesso angusto corridoio per uscire, scontrandosi con la massa di chi entra in direzione opposta, aveva causato, già alle 10.30 di mattina, una calca claustrofobica.
Nella notte tra sabato e domenica sono vittima di un sonno inquieto: ho sognato che L’urlo di Munch era stato ritrovato in un sottoscala di Villa Borghese e subito esposto, come testimonial estemporaneo dei maratoneti tapascioni, tra i delicati marmi statuari del Canova e le poderose sculture del Bernini..! Mentre rabbrividivo osservando il fantozziano accostamento stilistico, notavo con incredulo terrore che il “David con la testa mozzata di Golia” del Caravaggio aveva qualcosa di sinistramente famigliare: il volto di David si era tramutato in quello sogghignante della Sciancata, mentre reggeva per i capelli il cranio di un povero Golia che, orrore, mi assomigliava un po’ troppo…
Mi sveglio di soprassalto alle prime luci dell’alba romana e subito mi tranquillizzo; finalmente
è arrivata domenica, e con essa il meritato riposo: devo solamente correre una maratona…
Prendo accordi telefonici con Sabrina-Bagheera residente nello stesso albergo per recarci alla partenza, e con lei c’
è anche una sua simpatica amica che si era iscritta per la 5 km: era tutta emozionata di partecipare per la prima volta a un ritrovo sportivo e continuava a chiedere, guardandoselo: si vede il pettorale? Si vede il pettorale? Mi ricorda quel personaggio di Panariello che ripeteva ossessivamente: si vede il marsupio? Si vede il marsupio?
Nel viale antistante la partenza incontriamo altri podnettari come Dueetrentanove, Ale71 e Max accompagnato dalla sempre più graziosa Marta che ci scatta qualche fotografia: a Max prometto solennemente che questa volta scenderò sotto le 4h30’… grazie Max per non esserti messo a sghignazzare pubblicamente..!
Poco prima delle
8.30 mi avvicino ai cancelli dell’attivazione chip per entrare nelle gabbie di partenza e noto che ci saranno almeno 50 metri di coda, ma la cosa non mi preoccupa… invece i minuti passano inesorabili e quando l’orologio segna le ore 9, e puntualmente viene dato il via alla XI edizione della Maratona di Roma, io e altre centinaia, per non dire migliaia, di podisti dobbiamo ancora entrare nelle gabbie di partenza. Questo contrattempo mi innervosisce parecchio, non è possibile che quasi 10000 persone debbano passare attraverso tre minuscoli cancelli per l’attivazione del chip eseguita manualmente da un paio di persone ad ogni cancello, la ressa ed i ritardi sono inevitabili…
Mi precipito sul rettilineo di partenza ormai quasi deserto e mi lancio all’inseguimento della coda della maratona dove rimarrò intrappolato a un ritmo troppo lento anche per me; verso il secondo km raggiungo Sabrina con cui rimango fino al ristoro del 5° km, e passiamo il tempo parlando del suo prossimo obiettivo: il Passatore… ci raggiunge anche Elisa De Fraia, che ammette di non essersi molto allenata per l’occasione.
Al ristoro abbandono le gentili fanciulle e allungo il passo: questa volta i ristori sono posizionati egregiamente su ambedue i lati della strada, non solo monolaterali come l’anno scorso, forse gli organizzatori hanno prestato attenzione alle critiche costruttive dei Podnettari?
Fino alla mezza tutto scorre regolare, il clima
è ottimo, il cielo coperto, il percorso meno tortuoso della passata edizione e la partecipazione del pubblico tutto sommato buona, anche se le fazioni tra sostenitori e denigratori sono egualmente rappresentate: a un gruppo di fanciulle che ci incitava rumorosamente, rispondeva il tipico coatto: “Ma che, ve pagano pe fa’ tutto sto’ casino?” No, le ragazze ci sostengono gratuitamente, ma non sai quanto pagherei io per farti mandare a quel paese, caro signore…
Verso mezzogiorno puntualmente le nubi si squarciano per far emergere un sole che era meglio se ne fosse stato buonino e coperto al suo posto, ma d’altra parte il supplizio dei tapascioni parte proprio dal 30? km e quindi
è giusto che anche gli astri celesti infieriscano…
Torniamo verso il centro con tutto il percorso ondulato da Piazza del Popolo in poi, ed il fondo di sanpietrini inizia a fare il suo crudele mestiere, cio
è spaccare piedi e ginocchia… se non bastasse, un gruppo di turisti giapponesi decide di attraversare il percorso mentre sto sopraggiungendo. Mi distraggo dal guardare bene dove metto i piedi, per evitare un impatto frontale con una gigantesca Canon che si porta a spasso una minuscola donnina dagli occhi a mandorla (e non viceversa) e finisco col prendermi una brutta storta al ginocchio destro, che fino alla fine continuerà a farmi sempre più male…
Per fortuna che almeno i muscoli stanno abbastanza bene, per la prima volta in una
42 km non avvertirò nessun crampo fino all’arrivo, forse grazie alla partenza molto prudente…
Nell’interminabile controviale di Via Ostiense, al 39° km, scorgo dall’altra parte, al 36°,
la Panterona che arranca nella sua terza maratona in tre domeniche consecutive, e la incoraggio con un cavalleresco “Vai Sabrina, che non ti passa più..!”
La salitella dell’Aventino al 40°mi sega le gambe e arranco camminando lentamente, non ne ho più neanch’io… solo la vista in lontananza del Colosseo mi costringe a riprendere a correre senza ascoltare il ginocchio dolorante; dopo l’ultima sadica salitella, finalmente mi butto in discesa verso il rettilineo finale, ripercorrendo con la mente tutte le sensazioni magiche che solo una maratona immersa in un proscenio millenario può evocare. Questo lusso Roma, e solo Roma, può dispensarlo a piene mani, senza rivali al mondo.
Oltre la linea del traguardo riconosco l’inconfondibile faccia sempre sorridente di Carlos, in veste di fotografo, che mi immortala digitalmente all’arrivo.
Blocco il cronometro e osservo: 4h28’43”…promessa mantenuta!
La risata trattenuta di Max risuona enigmatica tra le vestigia della storia e si perde nell’eco di un tempo senza tempo…