Ultimo test sulla mezza prima della Maratona di Firenze. Trecate  è proprio l’ideale per lo scopo: mezz’ora di autostrada da Milano, tracciato pianeggiante, ottima logistica. Anche la nebbia che gravava sulla zona il giorno prima si è dissolta e la giornata promette bene. Arrivo puntualissimo alle 8 e parcheggio addirittura di fianco ai cancelli del palazzetto sportivo, che vuoi di meglio?

Mi ero iscritto per tempo, e il numero di pettorale assegnatomi era il 27, numero che, su circa 900 partecipanti, mi faceva quasi sembrare un top runner. D’accordo che vengo da un periodo in cui, minuto oggi, minuto domani, il mio personale tapascionico continua a scendere, però 27 su 900 è effettivamente troppo generoso!

Prima di ritirare il pettorale vado a controllare sui tabelloni che tutto sia in ordine: strano, non mi trovo, che mi abbiano cambiato il numero all’ultimo momento, dopo aver verificato meglio i miei risultati atletici non proprio lusinghieri? Non ci sono, continuo a scendere nella lista, ma niente; proviamo a controllare partendo dal fondo, forse faccio prima, e infatti: numero 1000 (mille), ultimo assoluto? dalle stelle alle stalle, luogo evidentemente più consono al  mio pedigree podistico! Ok ragazzi, sono consapevole dei  miei limiti agonistici, però un trattamento così drastico  mi sembra eccessivo.

Posso comunque capire i problemi degli organizzatori che avranno voluto tutelarsi da ulteriori assegnazioni di pettorali: “Mettiamo lo Sciancato per ultimo e non se ne parla più, non corriamo rischi di rifare la lista”.

E sia, ultimo assoluto: mi sento come in bilico sull’orlo del baratro, oltre di me il nulla eterno, il vuoto cosmico, il brodo primordiale, se mi viene un attacco di labirintite sono rovinato! Per fortuna incontro il Compa con cui scambio due battute per riprendermi dal trauma, e così ridendo e scherzando arriva l’ora della partenza: la temperatura non è così rigida come mi aspettavo, e il mio centro termoregolatore ipotalamico, tollerante e malleabile come un cerbero rabbioso, mi lancia subito segnali inequivocabili: “Oggi ci sono 2-3 gradi in più rispetto a Verona, quindi scordati di fare meglio di quel 1h53’ ottenuto all’Arena della città scaligera, anzi visto che un grado di temperatura in più significa un minuto in più, chiuderai non prima di 1h55’. Previsione spaccata al secondo! Dopo un primo tratto costeggiante la ferrovia, il percorso è praticamente sempre immerso in campi a perdita d’occhio: per chi odia i percorsi cittadini o irregolari questo è un tracciato ideale, niente automobilisti rabbiosi, niente tratti sconnessi in pavè, niente cavalcavia (tranne uno molto corto alla partenza-arrivo), tutto liscio come un biliardo sia come altimetria che come asfalto, i pochissimi incroci ben presidiati dai volontari.

C’è quasi il rischio di addormentarsi in piedi perché una volta inserito il pilota automatico, non ci sono motivi di distrazione, il pubblico è giocoforza assente e, se si corre da solo come il sottoscritto  (la mia lepre personale Fabio Maderna era assente), il tempo non passa più…

Reggo su  un ritmo  di circa  5’10” fino al 15° km, poi il già citato cerbero rabbioso disattiva il pilota automatico e assume il pieno controllo neuromotorio della progressione cinetica: in poche parole rallento bruscamente sino al traguardo, tagliato come previsto in 1h55’33”

Dopo una doccia veloce e ristoratrice, anche se gelida, incontro il Compa che era appena arrivato e già devastava come uno tsunami il ristoro finale, per fortuna di noi tutti molto ben fornito e in grado di sopportare stoicamente la massa d’urto delle ganasce comparelliane.

Me ne torno a casa molto soddisfatto della gara e dell’organizzazione logistica, l’anno prossimo sarò sicuramente partecipe con un piccola richiesta agli organizzatori: lasciatemi ancora l’ultimo pettorale, solo uno su mille ce la fa (ad averlo!).